Interview with IDEAS’ Senior Fellow Dr Carmelo Ferlito. First published in Economia Italiana

 

L’auspicata ripresa frenata dalla grande carenza di idee

A tu per tu con Carmelo Ferlito, esperto e docente (in Malaysia) di Storia del pensiero economico. Il quale si addentra fra errori commessi e nodi strutturali in essere, avendone per tutti. Renzi? Il nulla che avanza. La pressione fiscale? Un grosso ostacolo. Il Quantitative Easing? Un errore. I bassi tassi di interesse? Inutili. L’UE? Un’accozzaglia di burocrati…

29/06/2015

di GIUSEPPE MARASTI

Carmelo Ferlito

Una voce contro in campo economico. Che non manca di sparare a zero su quelli che ritiene comportamenti economici e politici privi di attendibilità. Stiamo parlando di Carmelo Ferlito, nato nel 1978 a Verona, dove ha conseguito un master in Economia e commercio lavorando sulla Teoria dello sviluppo economico di Schumpeter, oltre che un dottorato di ricerca in Storia economica con particolare attenzione ai Monti di Pietà e al credito solidaristico. Attualmente è professore di Storia del pensiero economico presso l’INTI International University & Colleges di Subang Jaya in Malaysia, ma anche Senior Fellow presso l’Istituto per la democrazia e gli affari economici (IDEAS Academy), un think tank liberale con sede a Kuala Lumpur. Autore di diverse pubblicazioni a livello internazionale, dal 2011 vive in Malaysia, dove ha ricoperto incarichi manageriali per multinazionali attive nel settore agricolo. Ovviamente lo abbiamo intervistato.

Professor Ferlito, vista la sua esperienza a livello internazionale, cosa ne pensa di quello che sta succedendo nel nostro Paese e più in generale in Europa?
«Limitandoci alla sfera economica, mi sento di affermare che l’Italia e l’Europa sono attraversate piuttosto da un non-pensiero e ciò riguarda tanto l’accademia quanto le idee politiche in ambito economico. Con troppo entusiasmo politici e professori, nel secondo dopoguerra, hanno abbracciato il verbo keynesiano (spesso male interpretato), verbo che oggi ha dimostrato tutta la sua fallacia. Tuttavia, e paradossalmente, osserviamo che i Governi non rinunciano a credere che il volante dello sviluppo economico sia nelle loro mani. Dall’altro lato, gli economisti accademici, dopo la sintesi neoclassico-keynesiana e il trionfo dell’econometria, si sono rifugiati dietro modelli stilizzati assolutamente incapaci di interpretare la realtà, relegando la scienza economica a terz’ordine della matematica, cancellando il ruolo di protagonista dell’azione umana. Ma che cos’è un’economia in cui gli uomini, le aspettative, il tempo, l’incertezza non esistono perché non assorbibili da modelli stilizzati? Nella migliore delle ipotesi, una scienza inutile. Pertanto, ripeto, nel campo delle idee economiche, tanto in accademia quanto nell’azione politica, a trionfare non è nessuna idea in particolare, ma la generale mancanza di idee».

L’Italia da ormai otto anni sta vivendo una crisi economica senza precedenti. Qual è la sua ricetta per far ripartire l’economia?
«Mah, guardi, io non credo nelle ricette. Coloro che predicano ricette facili per uscire dalle crisi non fanno altro che promuovere sé stessi al rango di apprendisti stregoni. Anzitutto, bisognerebbe riconoscere le cause della crisi in corso, che non è solo italiana, e ammettere uno dei dati fondamentali dell’esperienza umana: gli errori si pagano; pertanto non è possibile alcuna via d’uscita senza dolorosi riaggiustamenti. Detto questo, sono convinto che la crisi sia stata causata in particolare dall’azione dei Governi, delle banche centrali e del sistema bancario, i quali, seguendo le indicazioni del cattivo maestro Paul Krugman, hanno stimolato l’emergere di una bolla speculativa nel settore immobiliare al fine di guidare l’economia al di fuori della crisi della new economy nel 2001-2002. Una bolla curata con un’altra bolla (tipica ricetta dei post-keynesiani, spalleggiati anche da certi monetaristi). Nel caso specifico italiano, debbo aggiungere che l’intensità della crisi ha favorito l’emergere di alcuni nodi strutturali del nostro sistema economico: un settore pubblico elefantiaco e inefficiente nonché un settore imprenditoriale privato caratterizzato da imprese troppo piccole per la competizione globale e senza alcun desiderio di ristrutturarsi al fine di affrontare con successo le sfide imposte dal mutato scenario economico internazionale. Se dovessi suggerire alcune manovre utili a stimolare la ripresa, menzionerei le seguenti: anzitutto, riduzione drastica della pressione fiscale, al fine di rilanciare le aspettative di profitto (il saggio di profitto atteso dagli imprenditori gioca un ruolo molto più importante del tasso di interesse); promuoverei una cultura del risparmio, come unica risorsa possibile per creare una base reale per futuri investimenti produttivi e come patto di sviluppo intergenerazionale; punterei su strumenti, quali quello delle reti d’imprese, volti a stimolare l’aggregazione imprenditoriale per competere sui vasti mercati internazionali».

Il debito pubblico italiano, nonostante l’asfissiante imposizione fiscale, sta continuando ad aumentare. Ora è a 2.244 miliardi di euro. Si continua a non tagliare la spesa pubblica e a fare riforme come quelle delle Province e del Senato che non portano a un concreto contenimento della spesa. Lei cosa ne pensa?
«È evidente che la pressione fiscale è uno dei più grossi ostacoli al rilancio del nostro sistema economico. Chi investirebbe in un Paese in cui il ritorno netto sui profitti lordi non supera il 15-16%? Purtroppo, dopo la Seconda guerra mondiale ha prevalso una mentalità secondo la quale i Governi sarebbero moralmente obbligati a stimolare artificiosamente l’occupazione per motivi sociali (quando non di convenienza politica). Tale dinamica ha portato l’Italia ad avere un numero di dipendenti pubblici elevatissimo ed estremamente sindacalizzato (si veda a tal proposito l’opposizione dei dipendenti Alitalia al piano di acquisizione da parte di Etihad). Tagliare le Province o il Senato non avrà alcuna efficacia. Invece, io credo che i Governi debbano, seppur gradualmente, studiare un piano di uscita dall’azione economica diretta. Il che vuol dire consentire alle istituzioni private di offrire, in condizioni di libera concorrenza, servizi pubblici quali l’educazione, l’assistenza sanitaria, le pensioni. Questo non vuol dire semplicemente vendere le imprese pubbliche come è stato fatto finora, sostituendo il monopolista statale con un monopolista para-statale. Significa, invece, lasciare veramente spazio alla fornitura di servizi pubblici da parte di imprese private. E se lo Stato volesse provare ad offrire gli stessi prodotti o servizi, dovrebbe farlo in condizioni di reale concorrenza».

Si parla dei tagli del Governo Renzi. Per esempio alla sanità. Questi non sono tagli, ma di fatto nuove tasse per il cittadino che in questo modo va a pagare molto di più. O no?
«Riguardo al Governo Renzi, che senza ragione un politicizzato Financial Times continua a definire reform-minded, mi sembra di poter assistere solo al più radicale nulla che avanza. Non una buona idea, non un vero taglio fiscale, non un vero taglio alla spesa, non un vero progetto di riforma. Penso si tratti del peggior Governo della storia italiana dai tempi dell’Impero romano».

Il guru americano Grover Glenn Norquist, da noi recentemente intervistato, ha sostenuto che più le tasse aumentano più l’economia si indebolisce e più si crea la povertà. Lei concorda?
«Certamente. Vede, l’Italia è governata da diverse idee socialisteggianti, sia in ambito cattolico che in ambito laico. In virtù di ciò, l’iniziativa imprenditoriale privata è sempre stata percepita in modo ideologico e in contrapposizione al benessere delle masse operaie (che peraltro non esistono più). Tale mentalità ha impedito di riconoscere alcune semplici verità: solo l’iniziativa imprenditoriale crea e sviluppa nuova ricchezza; più ricchezza viene prodotta, maggiore è anche la quota di beneficio per i lavoratori. Invece la storia d’Italia è la storia di provvedimenti punitivi verso gli imprenditori, senza la presa di coscienza che punire gli imprenditori significa, alla fine, punire i lavoratori: un’impresa che non cresce perché soffocata dalle tasse, chiude; per ogni impresa che chiude soffocata dalle tasse, sono decine i lavoratori non in grado di sostenere le proprie famiglie».

Se si guarda chi ci rappresenta in Europa spesso si scopre che sono persone rimaste fuori dal Parlamento italiano. Anche per questo la UE è debole, nel senso che ha persone di scarse capacità e non all’altezza di gestire tanti gravi problemi?
«Purtroppo l’Unione Europea ha tradito il grande sogno dei padri fondatori. Oggi non è altro che un’accozzaglia di burocrati non eletti che decidono sulle sorti di milioni di individui. Un perfetto e riuscito esperimento di ingegneria sociale. Il problema è che i cittadini eleggono il Parlamento europeo, il quale però non ha alcun potere reale, perché a legiferare è la Commissione, composta da membri non eletti».

Il Quantitative Easing è uno strumento che andava concepito alcuni anni fa. Fatto ora porterà ugualmente a risultati positivi?
«Il QE sarebbe stato sbagliato nel 2007 come sarebbe sbagliato ora. Otto anni di QE hanno dimostrato la sua totale inefficacia, eppure nessuno avanza proposte alternative. Ciò dipende dalla grande impreparazione teorica degli economisti contemporanei, come ammesso qualche anno fa dallo stesso Alberto Alesina (Harvard University), il quale dichiarava, più o meno, che gli economisti continuano ad applicare le stesse inutili ricette perché non sanno che altro fare. La crisi in corso è stata generata da un quantitative easing; come si può pensare di curare una malattia con lo stesso prodotto che l’ha generata? Sarebbe come curare un tossicodipendente con successive e massicce dosi di stupefacenti».

Siamo sicuri che i tassi di interesse così bassi contribuiscano a far decollare l’economia? Non potrebbero invece rappresentare un fattore penalizzante vista la massa dei risparmi detenuta dai cittadini, che beneficiando di minori introiti finiscono per spendere meno?
«Noi dovremmo semplicemente abolire il tasso d’interesse fissato d’imperio dalle autorità monetarie e lasciare che esso, quale indicatore della struttura delle preferenze temporali di un sistema economico, emerga dalla libera interazione degli individui i quali, in tal modo, sarebbero anche liberi di aggiustare le proprie preferenze al fine di incontrare i piani d’azione di altri individui. Come dicevo prima, un tasso d’interesse così basso oggi è semplicemente inutile, visto che le aspettative di profitto sono frustrate da una tassazione opprimente e da uno scenario in generale poco incoraggiante».

Lei si occupa anche della scuola di economia austriaca. Perché? E con quali obiettivi?
«Scoprii la scuola austriaca per caso, grazie a uno dei miei docenti universitari, nel 2000. Essa è totalmente negletta dall’insegnamento universitario, ma nel mondo il numero di persone interessate cresce. Di recente sono stato tra i relatori di un convegno a Parigi, durante il quale è stato analizzato il vecchio dibattito tra Keynes e Hayek al fine di coglierne lezioni per l’economia di oggi. La superiorità della scuola austriaca sta nell’obiettivo dichiarato di sviluppare una teoria economica che abbia al centro l’azione umana. L’uomo reale, dunque, non lo stilizzato homo oeconomicus, è posto al centro dell’analisi, con le sue aspettative reali, con l’incertezza, con un contenuto informativo imperfetto e in continua evoluzione. Infine, l’azione umana si svolge nel tempo reale, non in quello matematico. Vede, come economista non sono interessato a una teoria stilisticamente perfetta, ma dal potere esplicativo praticamente nullo. Nella scuola austriaca ho trovato un approccio metodologico che mi permette di elaborare teoria vera ma con l’ambizione di capire l’uomo. A che altro servirebbe la scienza economica se non a comprendere di più le motivazioni e i percorsi dell’agire umano? Questo non vuol dire che gli autori “austriaci” (che oggi non sono più austriaci di nazionalità) non presentino divergenze di opinioni. Io stesso ho sviluppato un’estensione della teoria del ciclo economico. Tuttavia, rimane l’impostazione metodologica di fondo».

Parliamo della Malaysia, il Paese nel quale risiede. Secondo una recente indagine effettuata dall’Istituto di Studi Economici MIER nel 2014 il Pil dovrebbe essersi attestato attorno al +5,3% (rispetto al 4,7% del 2013), mentre nel 2015 dovrebbe raggiungere il +6%. Quali sono i comparti dove potrebbe essere conveniente investire?
«Anzitutto deve sapere che personalmente non ritengo il Pil come una misura attendibile della salute economica di un Paese. Come lei sa, il Pil è dato dalla somma di consumi, investimenti, spesa pubblica e saldo del commercio con l’estero. Pertanto, se volessimo vedere crescere il Pil, e la Cina è un clamoroso esempio, basterebbe spingere sulla spesa pubblica, laddove l’indebitamento ancora lo consentisse. E in Asia ciò è ancora possibile. Magicamente avremmo fantastiche cifre di crescita. Tuttavia, gli analisti, abbagliati dallo scintillio delle cifre, non sono in grado di considerare le eventuali conseguenze negative che possono sorgere in seguito ad un aumento della spesa pubblica (la situazione europea dovrebbe essere d’esempio). Venendo alla sua domanda, la Malaysia è una base ideale per le imprese che intendessero sviluppare in Asia il proprio business: buone infrastrutture, decente livello di scolarizzazione, 100% della popolazione in grado di parlare inglese, tassazione flat al 26%. Tuttavia, un’eventuale base malese è utile per aggredire i vicini mercati emergenti, quali l’Indonesia, le Filippine, la Thailandia e il Vietnam (stiamo parlando di un mercato di circa 600 milioni di persone). Il mercato malese, al contrario, è troppo piccolo per essere preso in considerazione isolatamente. Tuttavia, molti imprenditori italiani credono di venire qui per risparmiare sulla manodopera, ma si sbagliano di grosso. Uno degli errori più gravi degli imprenditori italiani è di pagare salari uniformi senza discriminare in base alle responsabilità. Quando lavoravo come sales manager in Italia, di fatto guadagnavo come il magazziniere. Qui questo è impossibile. Un contabile malese guadagna già come un contabile italiano. Un sales manager malese guadagna il doppio di un collega italiano. Lo stesso dicasi per un ricercatore o un capo ufficio. Recentemente ho fatto un semplice business plan per un imprenditore italiano, spiegandogli che, per aggredire i mercati asiatici, deve entrare con un investimento iniziale di circa un milione di euro. Chi in Italia oggi ha le dimensioni per fare ciò? Quale impresa italiana è disposta a stanziare 150 mila euro annui per un direttore commerciale? Ecco, le occasioni ci sono, ma credo che molti (non tutti, per carità) imprenditori italiani si scontrerebbero con il proprio approccio volto a privilegiare le piccole dimensioni, i micro-investimenti e il risparmio micragnoso sulle risorse umane».

Come vede il futuro del nostro Paese e dell’Europa come Unione Europea?
«Guardi, in generale sono un uomo di speranza e ritengo che possibilità per uscire dalle situazioni di emergenza ci siano sempre. Pur tuttavia credo che bisogni lavorare sulla struttura umana e spirituale. I nostri nonni ricostruirono sulle rovine della Seconda guerra mondiale, mentre oggi molti imprenditori scelgono la via del suicidio. Che cosa è cambiato? Perché i nostri nonni costruirono a partire da una situazione ben peggiore mentre oggi non siamo in grado di affrontare le difficili sfide poste dalla realtà? È dunque evidente che abbiamo bisogno anzitutto di una risorgenza spirituale, del riemergere di una capacità di immaginare un futuro possibile e desiderabile. In tal senso, la responsabilità è del tutto personale e non può essere delegata a politici ed economisti».

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